SPORTELLO DI ASCOLTO PSICOLOGICO GRATUITO

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SPORTELLO DI ASCOLTO PSICOLOGICO GRATUITO: Ascolto telefonico e telematico per prevenire/sostenere disagi psicologici Inoltre: prima consultazione in sede gratuita Mail: donatella.ghisu@yahoo.it /telefono: 392 5543431

D.ssa Donatella Ghisu

Psicologa, Counsellor Psicologico e Socio-educativo, Anali Transazionale, Specialista in Psicoterapia Breve Strategica, Psicopedagogista, Specialista in: Disturbi alcol correlati, Chil Abuse, Psicologia forense, Disturbi dell'Apprendimento e del Comportamento, Trainer EMDR. Mi occupo di coppie, adolescenti ed adulti a livello individuale e di gruppo. Sostegno alla genitorialità, agli insegnanti nonché alle aziende pubbliche e private.

venerdì 25 febbraio 2011

L'uso del contratto nella Psicoterapia analitico transazionale

L'Analisi Transazionale si propone, da un punto di vista metodologico, come una Terapia Contrattuale in quanto considera la stipulazione del contratto come un presupposto di base per intraprendere un percorso di cambiamento. Berne (1966) definisce il contratto come “un esplicito impegno bilaterale per un definito corso d’azione, sottolineando il ruolo di responsabilità reciproca che terapeuta e cliente si assumono nel portare avanti un lavoro all’interno di un percorso condiviso. Egli distingue gli elementi che riguardano i contenuti dell’accordo, come ad esempio la distinzione di ruoli e competenze, dai processi, che si riferiscono alla relazione. Secondo Woollams e Brown il contratto è un accordo tra cliente e terapeuta che definisce mete, tappe e condizioni della terapia. Nel lavoro clinico utilizzo il contratto con l’obiettivo di condividere con il cliente uno scopo centrale da raggiungere al termine della terapia, e sulla base del quale elaborare un piano d’azione da attuare durante il processo terapeutico. I concetti ai quali faccio principalmente riferimento per la formulazione del contratto, sono quelli proposti da Steiner (1974).
L’autore sottolinea quattro componenti principali:
- Il mutuo consenso, in base al quale terapeuta e cliente stabiliscono i termini del contratto, costituisce un criterio di validità rispetto all’accordo stipulato, in quanto definisce un territorio comune entro il quale muoversi per raggiungere un unico obiettivo.
- Una valida remunerazione, che stabilisce come ciascuno metta nel rapporto qualcosa di valido. Di solito si riferisce alla retribuzione economica.
- La competenza, sia da parte del terapeuta che del cliente, relativamente alle proprie capacità professionali per il primo e alle risorse da investire in un lavoro che mira al cambiamento per il secondo.
- Un obiettivo legale, che fa riferimento alla definizione del contratto in conformità ai principi etici e al codice deontologico.Nella formulazione del contratto, da intendere come un processo che, seppur collocabile nei momenti iniziali del percorso terapeutico, è spesso soggetto a ridefinizioni o ad ulteriori specificazioni, stabilisco dunque con il cliente il cambiamento che intende ottenere al termine della terapia, in relazione alle risorse disponibili. Nello specifico ritengo essenziale non solo la collaborazione e disponibilità a cambiare, ma anche la valutazione degli obiettivi in termini di raggiungibilità. E’ a tale scopo fondamentale tener conto degli spazi e tempi disponibili, soprattutto all’interno di un ciclo di terapia breve, attraverso una definizione del setting che stabilisca i limiti del mio intervento. A tale proposito Berne parla di “Livello Amministrativo e Professionale” come uno dei criteri da considerare per ritenere un contratto valido, in quanto permette la definizione di regole condivise rispetto al setting, in una modalità più o meno strutturata. Il concetto di “Livello Psicologico”, invece, fa riferimento alla dimensione ulteriore della relazione, e sottolinea l’importanza del porre attenzione agli aspetti più inconsapevoli e manipolativi che il cliente usa per portare avanti il proprio Copione anziché scegliere modalità di comportamento alternative. I Gouldings sottolineano come non tutti i contratti siano accettabili, citando tra questi i “Contratti Genitoriali” o quelli in cui il cliente si aspetta il cambiamento di qualcun altro, come esempi di accordi non accettabili. Nel lavoro con G. è stato fondamentale riconoscere come la sua iniziale richiesta di focalizzare la terapia sul sintomo (“vorrei smettere di piangere agli esami”), conteneva un messaggio ulteriore con il quale mi invitava a prendermi cura di lei da una posizione genitoriale. Attraverso tale consapevolezza ho potuto lavorare per ridefinire un contratto A-A, evitando così di accettare un “Contratto Genitoriale”.
Nel lavoro con i clienti, pongo attenzione alla “specificazione del contratto”, in termini comportamentali (Holloway e Holloway, 1973) e alla formulazione in termini positivi, chiari, concreti, osservabili. La formulazione in termini positivi mi permette di aiutare il cliente a rimanere focalizzato su ciò che desidera ottenere per sé, piuttosto che sul problema, mentre la definizione in termini chiari e concreti mi consente il monitoraggio dei passi intermedi fatti. Il confronto tra progressi osservabili e obiettivo iniziale fornisce inoltre al cliente un rinforzo rispetto alla motivazione al cambiamento, consolidando la fiducia in sé e nel lavoro terapeutico. Durante il processo di formulazione del contratto ritengo essenziale seguire un percorso strutturato in tappe e finalizzato alla negoziazione con il mio cliente. La suddivisione proposta da Holloway e Holloway (1973) rappresenta un importante punto di riferimento per tale lavoro. Gli autori distinguono cinque fasi nella determinazione del contratto: La prima fase consiste nella “chiarificazione delle intenzioni” delle due parti, con l’obiettivo di esplorare gli orientamenti di entrambi. Successivamente vengono identificati gli “interessi reciproci” per distinguere la richiesta di cambiamento del cliente da una aspettativa sottostante di non cambiamento legata al Copione. Nella fase di “specificazione del contratto”, si lavora per definire cosa e in che modo cambiare. Infine, nelle fasi di “esplorazione”, “chiarificazione” e “affermazione”, viene realizzato il cambiamento.Mi è utile distinguere tra Contratto di Controllo Sociale e contratto di Autonomia (Holloway e Holloway, 1973). Il primo viene solitamente utilizzato durante una fase iniziale della terapia; il secondo fa invece riferimento all’uscita dal Copione.

Coppia 1+1= 3: istruzioni per l’uso


La vita della coppia spesso vive dei periodi di crisi che i membri della stessa hanno difficoltà a gestire. Come si spiega che il compagno/a che avevamo scelto un tempo come il partner della nostra vita non si accordi con i nostri bisogni ed aspettative? Cosa si nasconde dietro questi momenti di crisi della coppia? Esistono delle crisi fisiologiche che la coppia inevitabilmente attraversa?
Per cogliere la natura di tale fenomeno è utile prendere in considerazione il lavoro di E. Bader e P. Pearson nel libro “In Quest of the Mytical Mate” (Alla ricerca del compagno mitico, 1988).  Nel lavoro proposto dagli autori questo è un modello conoscitivo della coppia e per questo invito il lettore a prenderlo come tale. Ovvero non come uno schema che esplicita la verità di come stanno le cose nel ciclo della coppia, come la coppia è (modello ontologico) bensì come “una lente” per leggere una verità sulla coppia (modello epistemologico), avendo così in mano una “chiave di lettura” in più per comprendere tale fenomeno. Questa consapevolezza permette di lasciare che la coppia singola rimanga tale nella sua unicità.
Nel loro modello del ciclo di vita della coppia ipotizzano che le fasi evolutive della coppia ripercorrono le fasi di sviluppo della prima infanzia, secondo il modello evolutivo della psicoanalista Margaret Mahler, (fase autistica da zero a due mesi, fase simbiotica da tre a sei mesi, fase della separazione individuazione:
a. differenziazione da sei a nove mesi, b. sperimentazione da dieci a diciassette mesi, riavvicinamento da diciassette a trentasei mesi, oggetto e costanza di sé dai trentasei mesi) in quanto il legame di coppia è un comportamento di attaccamento che ripropone modalità analoghe a quelle sperimentate nel rapporto precoce con la figura di attaccamento principale, che solitamente è la madre biologica o il caregiver del bambino (teoria dell’attaccamento di J. Bowlby).
La coppia quindi, come il bambino dai zero ai tre anni, attraversa inizialmente la fase della simbiosi, poi quella di differenziazione, di sperimentazione, di riavvicinamento e di mutua interdipendenza. Non sempre l’evoluzione riesce a completarsi e questo significa l’insorgenza di problematiche più o meno dolorose o la rottura del rapporto.
Così scrivono E. Bader e P. Person nel loro manuale: “Sfortunatamente per molte coppie non accade che si proceda con successo attraverso le fasi di sviluppo […] un membro della coppia può sperare di mantenere continuamente la relazione come fusione simbiotica, mentre l’altro può richiedere supporto ed incoraggiamento per un’attività indipendente. Ciò crea tensione nella relazione a seguito della posizione delle due persone in due fasi differenti”.
Occorre tener presente che la crescita del matrimonio è come la crescita dell’individuo e consiste in un processo senza fine di alternanza dialettica tra unione, con il relativo pericolo di schiavitù e individuazione con il rischio dell’isolamento. Non vi è soluzione a questo processo senza fine, a quest’alternanza tra appartenenza e separazione.
Questo processo in ogni caso comporta tempi e modalità d’evoluzione che sono propri e unici di “quella” specifica coppia.
Vediamo brevemente in una descrizione analitica il ciclo di vita della coppia.

Il ciclo di vita della coppia
“Voglio poterti amare senza aggrapparmi, apprezzarti senza giudicarti, raggiungerti senza invaderti, invitarti senza insistere, lasciarti senza senso di colpa, criticarti senza biasimarti, aiutarti senza umiliarti; se vuoi concedermi la stessa cosa allora potremo veramente incontrarci ed aiutarci reciprocamente a crescere” (Virginia Satir).

1) Il delirio passionale: la simbiosi
“Mettimi come sigillo sul tuo cuore […] perché forte come la morte è l’amore"
(Cantico dei Cantici, 8, 6).
Questo tipo di contratto relazionale è caratterizzato da un’idealizzazione molto spinta dell’altro. Questa è la fase del cosiddetto “innamoramento” in cui si crede di aver trovato l’uomo o la donna giusti per fare coppia, in cui fra tutti si è privilegiato un individuo dal quale ci si sente inspiegabilmente attratti, affascinati, rapiti sia sessualmente che emotivamente, che intellettualmente. Certe caratteristiche dell’altro hanno un fascino straordinario come gli occhi, le mani, il modo di camminare, ecc., l’altro corrisponde al proprio modello ideale di partner.Da innamorati si percepiscono solo le somiglianze, si annullano le differenze, si attribuisce più fiducia all’altro che a se stessi, si delega all’altro la soddisfazione dei propri bisogni, si prova la sensazione che la volontà dell’altro sia la propria e che i progetti di vita siano identici. E’ la fase in cui diciamo all’amato: “Ti amo perché ho bisogno di te!”

2) La delusione-separazione: la differenziazione
“Perciò ricorda e tieni bene a mente: l’amore dato non è mai perduto, e torna indietro in modo singolare, talvolta quando meno te l’aspetti, vi è qualcuno cresciuto all’ombra della tua parola, che ti comprende t’ascolta e ti consola” (Elisabetta Vella).
Questo è lo stadio successivo a quello simbiotico nell’evoluzione della coppia. La differenziazione è conseguenza alla delusione che l’altro non è la figura idealizzata creata nella fase di innamoramento. Questa fase è anche detta del “risveglio”: aprire gli occhi per vedere l’altro nella sua verità, si smette di sognare che l’altro sia ciò che si desidera, ci si accorge che si è voluto l’altro vicino per essere ciò che l’altro è e questo era possibile solo nel “sogno romantico”. È la fase in cui i membri della coppia cominciano a dirsi di “no”, ma sentono angoscia nel pensarsi separati. Il risveglio suscita sentimenti contraddittori: da una parte è deludente constatare le differenze, le divergenze, constatare che l’altro non è l’interprete fedele del mio progetto ideale; dall’altra può diventare gratificante scoprire l’altra persona nella sua unicità. Queste potrebbero essere le parole che in sintesi potrebbero scambiarsi i partner di una coppia che si sente in crisi in questa fase del rapporto, quella della “differenziazione”, se riuscissero a mantenere una sufficiente tranquillità: “Non sono più l’unica e la sola per te, che sembri sempre meno desideroso di essere un tutt’uno con me; e tu sembri sempre più così differente dall’immagine ideale che ho visto all’inizio, quando ho pensato che avevo finalmente raggiunto la felicità senza fine”.
In pratica una coppia evolve dallo stato simbiotico a quello della differenziazione quando uno dei partner si sposta al di là dello stato simbiotico, e comincia l’auto-riflessione. Comincia a pensare in maniera indipendente e vi è uno spostamento verso l’introspezione per una ricerca del senso di sé, di un senso più profondo di sé. Il partner non viene più visto come la sorgente dell’auto-consapevolezza.
Le difficoltà diventano più intense quando uno dei due non è pronto e mette in atto tutti i tentativi per mantenere lo status quo. In questo caso il cambiamento viene visto come un segnale di deterioramento patologico del rapporto, anziché come un naturale processo evolutivo. Si pensa di avere sbagliato persona, o di avere sbagliato ad impostare il rapporto. In quest’ottica, non deve meravigliare che molti decidano di instaurare una relazione con un’altra persona, per rivivere il momento magico dell’innamoramento, convinti che questa volta andrà meglio.
Nel film d’Ingmar Bergman “Scene da un matrimonio” è magistralmente narrata una classica evoluzione del rapporto di coppia dove le difficoltà nel capire e poi gestire il processo di passaggio dalla simbiosi alla differenziazione, rendono particolarmente dolorosa l’evoluzione, come appare nel frammento che segue:
Marianne: “…Pensa a quell’estate quando facemmo il giro del Mediterraneo e avevamo con noi le figlie piccole nella tua vecchia macchinetta, e la sera rizzavamo la tenda. Ricordi quelle notti d’agosto sulla costa spagnola, quando dormivamo a cielo scoperto, stretti tutti e quattro? E stavamo tanto caldi!”
Johan: “È inutile piangere sul latte versato. Le figlie crescono. Si rompono le relazioni. L’amore prende fine, come la tenerezza, l’amicizia, la solidarietà. Non c’è niente di straordinario. È così”.
Marianne: “A volte penso che tu ed io siamo stati come due bambini nati con la camicia, favoriti dalla sorte e poi viziati; che abbiamo perduto le nostre risorse e ci siamo ritrovati poveri, amareggiati e stizziti. Dobbiamo aver commesso un errore da qualche parte, e non c’è nessuno che possa dirci dov’è che abbiamo sbagliato”.
Johan: “Ti dirò una cosa piuttosto banale. In materia di sentimenti noi siamo degli analfabeti. E il fatto triste è che ciò riguarda quasi tutte le persone…”.
In questo frammento è evidente come la fine della simbiosi è vissuta dai due come un segno che è stato fatto un qualche errore e come un’evoluzione patologica del rapporto. Nel film, come spesso accade nella vita reale, il protagonista (Johan) tenta di risolvere il suo senso d’insoddisfazione nel rapporto instaurando una relazione extraconiugale, che viene ad un certo punto comunicata improvvisamente alla moglie. La magia del nuovo innamoramento dà a lui un’illusione di avere risolto i problemi che stava attraversando, mentre lei cade nel più profondo sconforto. Ma anche il nuovo rapporto prevede che anche lì la simbiosi non duri in eterno, e Johan e Marianne si ritroveranno a doversi confrontare per capire. Si ritroveranno come persone diverse. Hanno attraversato entrambi la valle di lacrime e l’hanno resa più ricca di sorgenti.
S’inseriscono nella realtà in una maniera diversa. Infatti, la fine della simbiosi e l’evoluzione nelle fasi successive comporta la riscoperta di se stessi nel mondo, con tutte le possibilità che nascono dall’entrare più profondamente nella realtà. Questo non significa la fine del sentimento in quel rapporto. Anzi, la accresciuta fiducia in sé e nell’altro, dà la possibilità di godere in modo più libero il nostro essere su questa terra. Il passaggio dalla differenziazione alle fasi successive ha il vantaggio di sperimentare la cosiddetta “costanza dell’oggetto amato”, la fiducia che ci consente di non avere bisogno di tenere l’altro sotto controllo.

3) La sperimentazione: l’esplorazione
"La fedeltà non è un dovere, un impegno limitante e sofferto. E' una scelta rinnovata ogni giorno, un dono fatto all'altro che vi risponde liberamente" (Elisabetta Baldo).
In questa fase del ciclo vitale della coppia è molto difficile scendere a compromessi, negoziare, perché c’è distacco emotivo. Caratteristica saliente di questa fase è “la distanza”, la coppia è competitiva e non c’è empatia: è lo stadio in cui prevale il ’me me me’. Nessuno dei due partner vuole mollare, combattono e discutono in modo non pacifico, non c’è connessione emotiva. E’ importante in questa fase per poter giungere a quella successiva assumersi la responsabilità della propria rabbia.

4) L’accettazione: il riavvicinamento e l’interdipendenza
“…Non è amor l’amore che cambia quando trova un cambiamento, che si allontana quando l’altro si allontana. Oh no! E’ un faro fisso per sempre, che guarda la tempesta senza essere scosso” (Shakespeare, sonetto CXVI).
Si giunge ad un nuovo contratto relazionale ben diverso da quello simbiotico. Si torna dal partner per risolvere i conflitti insieme. I due elementi della coppia sono indipendenti, ma allo stesso tempo sono in grado e vogliono dare all’altro. È la fase in cui si scopre che il difetto dell’altro fa sorridere, è la fase in cui se i due discutono lo fanno sui contenuti e non sulla persona. È la fase in cui si dice all’altro: “Ho bisogno di te perché ti amo!”
Ecco allora la domanda che libera: “Mi Ami?” – in altre parole sei disposto/a a lasciarmi essere come sono e a venirmi incontro per quanto ti è possibile?”. “Ti amo” significa: “Faccio altrettanto”.
Questo processo è ben illustrato nell’invito che propone G. K Gilbran, ne “Il profeta”, quando parla del matrimonio. Così dice: “Amatevi vicendevolmente, ma il vostro amore non sia una prigione: lasciate piuttosto un mare ondoso tra le due sponde delle vostre anime […] come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica”.

Bibliografia
Andolfi M., La crisi della coppia, una prospettiva sistemico-relazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005.
Barthes R., Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi tascabili, Torino, 2001.
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Buchli E., Il mito dell’amore fatale, Baldini Castaldi Dalai Editore, Milano, 2006.
Carotenuto A., Eros e Pathos, Tascabili Bompiani, Milano, 2005.
Giusti, E., Ritrovarsi prima di cercare l’altro, Armando Editore, Roma, 2004.
Giusti E., Pitrone A., Essere Insieme, terapia integrata della coppia amorosa, Sovera Multimedia, Roma, 2004.
Hellinger B., Ordini dell’Amore, Un manuale per la riuscita delle relazioni, Urra, Milano. 2004.
Howell P., Jones R., Relazione di coppia efficace, creare il rapporto desiderato, Edizioni La Meridiana, Bari, 2002.
Loria E., La “Differenziazione”come momento di crisi del rapporto di coppia, Psicologia Psicoterapia e Salute, 1996, Vol. 2, No. 1, 117-122.
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Nardone G, Correggimi se sbaglio, strategie di comunicazione per appianare i conflitti nelle relazioni di coppia, Ponte alle Grazie, Milano, 2005.
Schellenbaum P., Il No in amore, come amare in libertà e autonomia nella vita di coppia, Ed. Red, Novara, 2001.
Schellenbaum P., La ferita dei non amati, Ed. Red, Novara, 2002.
Schellenbaum P., Sì per amore, per celebrare con serenità e consapevolezza ogni aspetto della nostra vita, Ed. Red, Novara, 2005.
Willi J., La collusione di coppia, Franco Angeli, Milano, 2004.

lunedì 21 febbraio 2011

Comprendere le implicazioni psichiche del trauma in età infantile



Nonostante sia un sapere comune che un trauma in età evolutiva potrebbe avere radicali e talvolta estreme conseguenze per la salute mentale in età adulta, è meno ovvio che l’abuso, la trascuratezza, l’alcolismo dei genitori, patterns famigliari gravemente disfunzionali e altri eventi stressanti in età infantile, possono danneggiare gravemente la salute mentale adulta e, perfino, determinare mortalità. A questo proposito, un’indagine chiamata Adverse Childhood Experiences Study (ACE) condotta congiuntamente dal Kaiser Permament HMO in California e dal Centrer for Disease Control and Prevention tra il 19995 e il 1997 e ancora in corso, ha dimostrato una straordinaria correlazione tra il maltrattamento in età infantile e successive malattie mediche e morte prematura.
Lo studio ACE si è basato sulle dettagliate interviste somministrate a più di 17000 membri del Kaiser Permanente circa le loro esperienze infantili di trascuratezza, abuso e disfunzioni familiari. Mentre il profilo psichico dei partecipanti è stato tracciato attraverso gi anni, circa 70 articoli scientifici hanno pubblicato correlazioni tra le esperienze avverse dell’infanzia e la presenza di patologie sia mentali sia fisiche, come ad esempio disturbi autoimmuni, disturbi relativi al cuore, fegato, polmoni, cancro, epatite o itterizia, fratture delle ossa e disturbi a trasmissione sessuale. Attraverso l’esplorazione dettagliata delle esperienze di vita di altri pazienti che pare abbiano ottenuto una risoluzione degli eventi traumatici, alcuni fatti curiosi sono venuti alla luce. Praticamente nessuno dei partecipanti, durante l’infanzia, era stato sovrappeso, mentre la maggior parte dei bambini sovrappeso hanno aumentato il loro peso molto velocemente negli anni successivi, in modo inaspettato, solitamente in risposta a difficili eventi di vita. Ma la notizia sorprendente è che le interviste hanno rilevato preoccupanti pattern di abusi sessuali infantili, traumi, suicidi in famiglia, violenza e altre manifestazioni di relazioni familiari gravemente disfunzionali. In uno studio su 286 persone obese, ad esempio, Felitti ha scoperto che circa la metà è stata vittima di abusi sessuali durante l’infanzia. (…) Sono comunque relativamente pochi finora gli studi che si sono occupati degli effetti che l’abuso nei bambini, la trascuratezza e altri gravi stress, possono avere sulla salute mentale e psichica nell’età adulta. Quindi, lo studio ACE condotto da Felitti e Robert Anda, un ricercatore medico epidemiologi sta che si occupa dell’origine psicosociale del comportamento patologico, come ad esempio la sovralimentazione, l’abuso di alcol, abitudini sessuali rischiose, uso di sostanze illecite, ha dato un contributo significativo alla comprensione degli effetti di tutto ciò sulla salute mentale. Gli autori chiesero a 26000 pazienti del Kaiser Permanent di sottoporsi ad una serie completa di esami non correlati alla patologia se fossero stati disposti a rispondere a delle domande relative ad esperienze infantili disturbanti. Il 71% si è dichiarato d’accordo, 17337 persone fu il numero complessivo di partecipanti allo studio, dopo l’esclusione dei casi con dati incompleti e duplicati. Questo gruppo comprendeva la tradizionale classe media della popolazione: l’età media era di 57 anni, l’etnia Caucasica era pari al 77% del campione, il 74% delle persone ha frequentato il college, la distribuzione tra uomini e donne era equivalente. I ricercatori indagarono ed intervistarono queste persone direttamente su aspetti relativi a 10 categorie di esperienze infantili negative, suddivise in tre macrocategorie (abuso, disfunzioni familiari, trascuratezza) ognuna delle quali comprendeva numerose domande: “Siete stati fisicamente, psicologicamente o emotivamente abusati? Qualcuno in famiglia ha abusato di alcol o droga? Qualcuno in famiglia soffriva di depressione cronica, è stato istituzionalizzato, ha avuto patologie psichiche, e/o si è suicidato? Siete stati testimoni delle minacce o dei maltrattamenti subiti da vostra madre da parte del coniuge o del compagno? Siete cresciuti in un’atmosfera di amore, calore e protezione?”.
Successivamente i ricercatori hanno cercato correlazioni tra ciò che i partecipanti hanno vissuto durante l’infanzia e la loro salute, il loro benessere e i fattori di rischio per la salute nella loro età adulta. Ad ogni categoria positiva è stato assegnato un valore pari a 1. I risultati furono sbalorditivi: sia per quanto riguarda la prevalenza di maltrattamento e di esperienze avversive vissute, sia per quanto riguarda l’impatto sulla salute delle persone, evidente fino a 40, 50 anni dopo. I ricercatori riscontrarono che le esperienze negative in età infantile sono molto comuni: solo il 33% del campione ottenne infatti un punteggio pari a zero, ovvero con nessuna categoria applicabile al soggetto. Di ulteriore importanza è il fatto che è stato rilevato che le avversità tendono a verificarsi in “pacchetti”: se una categoria era presente (ad esempio l’alcolismo) nell’87% dei casi era presente anche un’ulteriore categoria (ad esempio, abuso sessuale o emotivo).
Un partecipante su 6 ha ottenuto un punteggio pari a 4 o più (ad esempio abuso sessuale, alcolismo, abuso fisico, maltrattamenti familiari). Come gli autori Felitti e Anda hanno evidenziato in un capitolo del testo “The impact o early life trauma on health and disease: the ridde epidemic”, ogni evidenza medica determina un altro punteggio alle categorie dello studio ACE. Tendenzialmente questi sono i pazienti più difficili. È  sorprendente apprendere che il 66% di un campione ampio, rappresentativo della classe media, bianca, con un elevato livello di scolarizzazione è stato vittima di maltrattamenti e/o disfunzioni all’interno della famiglia quando era bambino. Ma è positivamente sorprendente notare come viene espressa, ancora una volta, la profonda relazione tra le avversità durante l’infanzia e molti tra i disturbi mentali, fisici e sociali che tormentano la nostra società.
Nell’autunno del 2009, 15 anni dopo che è partito lo studio ACE, sessanta differenti studi di revisione correlati hanno dimostrato la connessione tra le esperienze avversive in età infantile e la salute in età adulta. Intuitivamente, appare ovvio che le avversità infantili incrementano i rischi per lo sviluppo di problemi psichici ed emozionali in età adulta e questo studio lo dimostra. Le persone che hanno ottenuto alti punteggi nelle categorie ACE (chiamati Acers) soffrono in modo sproporzionato rispetto alla norma di depressione cronica e hanno maggior rischio suicidario. Le persone con un punteggio ACE pari a 4, ad esempio, sono 4,6 volte maggiormente a rischio di depressione rispetto ai soggetti con un punteggio pari a 0. Un uomo con un punteggio ACE uguale a 6 corre un rischio di 46 volte superiore alla media di utilizzare in età adulta droghe per via endovenosa rispetto ai soggetti con punteggi pari a zero. Gli Acers soffrono maggiormente di problemi relativi all’ansia, reazioni da panico, gestione della rabbia, sintomi dissociativi, disturbi del sonno, allucinazioni, utilizzo di droghe, alcolismo e somatizzazione. Successive ricerche correlate allo studio ACE hanno mostrato una forte correlazione tra le esperienze negative infantili, trauma, trascuratezza e lo sviluppo di disturbi di personalità in età adulta, in particolare con il disturbo borderline di personalità. Ancora, lo studio ACE, come le altre ricerche, mostra come un maggior numero di fattori traumatici aumenta il rischio di sviluppo di patologie psichiatriche. Ciò che è meno intuitivo è che i punteggi ACE hanno una vasta e profonda influenza nello sviluppo di patologie mediche, addirittura mezzo secolo dopo che i traumi infantili sono avvenuti. Le avversità in infanzia aumentano il rischio di sviluppare patologie fisiche e disabilità, che includono patologie al cuore e ai polmoni, disturbi autoimmuni, disturbi al fegato, cancro (aumentano del 48% la probabilità), diabete, infezioni a trasmissione sessuale, HIV, epatite e dolore cronico. È significativo scoprire, sebbene sia solo una probabilità, che le persone che hanno ottenuto un punteggio pari a 6 corrono il rischio di morire due decenni prima delle persone con un punteggio pari a 0. Una delle motivazioni per cui gli Acers soffrono di un numero maggiore di disturbi fisici (altri studi hanno ripetutamente confermato questo dato) è il fatto che il maltrattamento in età infantile determina con maggiori probabilità la scelta di stili di vita a rischio (es. fumo, alcol, sesso promiscuo, abuso di droghe) che, come è noto, sono fattori di rischio per molte malattie. Facendo ad esempio una comparazione con uomini che hanno ottenuto un punteggio ACE = 0, gli uomini con ACE = 6 sono fumatori nel 2,5% dei casi in più, fanno uso di droghe nel 46% dei casi in più, mentre i soggetti maschi con un ACE pari a  rischiano di diventare alcolizzati cinque volte di più e rischiano 12 volte in più di tentare un suicidio rispetto ai soggetti con ACE = 0.
Come indicano i risultati di Anda e Felitti le dipendenze a lungo termine fissano in modo stabile problematiche relative all’ansia, alla rabbia, alla depressione, alla bassa autostima, all’isolamento e alla disperazione, oltre ad essere un gravissimo fattore di rischio per quanto riguarda la salute e la longevità. Particolarmente avvincente è che gli alti punteggi ACE sono correlati con vari disturbi, tra cui il cancro, i disturbi coronarici e delle arterie, le ostruzioni polmonari croniche, anche quando vengono esclusi i principali fattori di rischio che determinano queste patologie, come il fumo, l’inquinamento atmosferico o il colesterolo alto. In altre parole, i disturbi finora considerati riconducibili esclusivamente a cause mediche e strutturali che si presentano in età adulta potrebbero avere inaspettate origini, decenni prima dell’ età adulta, nelle reazioni fisiologiche allo stress determinate da traumi in età infantile.
I risultati dello studio ACE, a proposito delle esperienze avversive vissute in età infantile e gli effetti delle stesse lungo tutto il ciclo di vita sulla salute e sul benessere della persona, sono citati spesso come le più importanti questioni che riguardano la salute pubblica negli USA. L’impatto dello stress in età infantile sul sistema neuro biologico cerebrale rimane silente fino alle mezza età o la vecchiaia, quando questi pazienti svilupperanno quindi problemi fisici, ipertensione, obesità, diabete, ecc, mezzo secolo dopo che è avvenuto l’evento stressante.

mercoledì 16 febbraio 2011

La Dipendenza affettiva


Una premessa è d’obbligo quando si parla di dipendenza affettiva: ognuno di noi è dipendente in qualche misura dagli altri, tutti noi abbiamo bisogno di approvazione, empatia, di conferme e ammirazione da parte degli altri, per sostenerci e per regolare la nostra autostima.
La vera indipendenza non è né possibile né auspicabile. Ma la dipendenza affettiva può raggiungere una forma così estrema da diventare patologica.
In questi casi la persona non è in grado di prendere delle decisioni da sola, ha un comportamento sottomesso verso gli altri, ha sempre bisogno di rassicurazioni e non è in grado di funzionare bene senza qualcun altro che si prenda cura di lei (G. O. Gabbard, 1995).
Le persone dipendenti sono schive e inibite, quando sono sole si sentono indifese: vivono nel terrore di essere abbandonate e sono letteralmente sconvolte quando qualche relazione stretta finisce.
Per farsi ben volere sono disposte a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, possono accettare situazioni per chiunque intollerabili (Lingiardi V., 2005).
  • Cos’è la dipendenza affettiva?
La dipendenza affettiva è una condizione relazionale negativa che è caratterizzata da una assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva e nelle sue manifestazioni all’interno della coppia, che tende a stressare e a creare nei “donatori d’amore a senso unico” malessere psicologico o fisico piuttosto che benessere e serenità.
Tale condizione, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere interrotta per ricercare un nuovo stato di serenità. Qualora ciò risulti impossibile si è soliti parlare di “dipendenza affettiva”.
  • Quali sono le caratteristiche delle persone con una dipendenza affettiva dal partner?
- Una prima caratteristica della dipendenza affettiva è la difficoltà a riconoscere i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro.
L’amare l’altro diventa spesso una forma di sofferenza; il benessere emotivo, a volte anche la salute e la sicurezza, vengono messi a repentaglio per il benessere dell’altro.
Troppa energia vitale è impiegata nell’amare o nel ricevere amore e approvazione, poca ne rimane per attività autodeterminate, rivolte al raggiungimento di obiettivi precisi.
Le persone con difficoltà affettiva non riescono a prendersi cura di sé, a creare degli spazi per la propria crescita personale perché sempre prese, in quel momento, da qualche problema del partner che richiede la loro attenzione e la loro energia vitale.
- La seconda caratteristica è un atteggiamento negativo verso il Sé, per cui si ha un pensiero del tipo: “io sono cattivo, gli altri sono buoni, mi trattano male per colpa mia, devo cercare di accattivarmeli” (M. Selvini Palazzoni, S. Cirillo, M. Selvini, A. M. Sorrentino, 1998).
Queste persone soffrono di un profondo senso di inadeguatezza.
Sono convinte che per essere amate devono sempre essere diligenti, amabili, sacrificarsi per l’altro per poter ricevere il suo amore. Anche quando questo vuol dire farsi male.
- Un’altra caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse.
Chi soffre di dipendenza affettiva è ossessionato da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche.
Queste persone ritengono che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile e duratura.
Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile e duraturo ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura "amplificato". Non ci si rende conto che l’amore richiede onestà e integrità personale perché l’amore è un accrescimento reciproco, uno scambio reciproco tra persone che si amano.
Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici della dipendenza affettiva, sono invece destinati a distruggere l’amore.
- Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende.
Quello che incatena nella dipendenza affettiva è l’ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela.
La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo.

Ma è proprio vero amore?
La dott.ssa Norwood nel suo libro “Donne che amano troppo” risponde con molta chiarezza a questa domanda:
“Se mai vi è capitato di essere ossessionate da un uomo, forse vi è venuto il sospetto che alla radice della vostra ossessione non ci fosse l’amore, ma la paura; noi che amiamo in modo ossessivo siamo piene di paura: paura di restare sole, paura di non essere degne di amore e di considerazione, paura di essere ignorate, o abbandonate o annichilite. Offriamo il nostro amore con la speranza assurda che l’uomo della nostra ossessione ci protegga dalle nostre paure; invece le paure e le ossessioni si approfondiscono, finché offrire amore nella speranza di essere ricambiate diventa la costante di tutta la nostra vita. E, poiché la nostra strategia non funziona, riproviamo, amiamo ancora di più. Amiamo troppo”.
L’amore dipendente, conseguentemente, si mostra con le seguenti caratteristiche:
  • è ossessivo e tende a lasciare sempre minori spazi personali
  • è basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia da parte dell’amato
  • è caratterizzato da una tendenza a ripiegarsi su se stesso e a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento e per la necessità di mantenere fermi alcuni punti certi, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita
Due caratteristiche epidemiologiche importanti della dipendenza affettiva sono:
  • l’alta incidenza nella popolazione femminile, al punto da stimare che il fenomeno sia al 99% diffuso in questa fetta della popolazione (Miller, 1994) in molti paesi del mondo
  • la tendenza ad associarsi a disturbi post-traumatici da stress, per cui in genere questa forma di dipendenza si osserva in persone che hanno anche vissuto abusi o maltrattamenti, un aspetto che fa pensare che siano stati tali eventi a far sviluppare forme affettive dipendenti
Alcune caratteristiche delle famiglie in cui sono cresciute le persone con una dipendenza affettiva (Norwood, 1985):
  • Famiglie in cui i bisogni emotivi non vengono riconosciuti. Il bisogno di affetto e amore vengono trascurati, ma cosa più invalidante, vengono ignorate le percezioni e i sentimenti dell’individuo fin dall’infanzia, che di conseguenza tende ad adattare le sue percezioni a quello che gli viene detto dalle sue figure di riferimento. Gli esiti sono la perdita della fiducia in sé stessi e nelle proprie percezioni, che da adulti comporta l’incapacità a discernere tra le situazioni e/o le persone che possono arrecare danno.
  • Presenza di violenza tra i genitori e/o tra genitori e figli.
  • Comportamento sessuale scorretto da parte di un genitore verso una bambina o un bambino, che può andare dalla seduttività fino all’abuso sessuale.
  • Presenza costante di litigi e tensioni.
  • Lunghi periodi di tempo in cui i genitori rifiutano di parlarsi tra loro.
  • Un genitore incapace di avere rapporti normali con altri membri della famiglia e che li evita di proposito, dando loro la colpa del suo isolamento.
  • Abuso di alcol o di altre droghe.
  • Genitori in competizione tra loro o con i loro figli.
  • Comportamenti compulsivi, bisogno irresistibile di continuare a mangiare, lavorare, pulire, giocare d’azzardo, spendere, ecc. Questi comportamenti coatti sono come droghe, processi patologici progressivi; tra i molti effetti dannosi, distruggono e impediscono contatti sinceri e intimità nella famiglia.
  • Genitori che hanno atteggiamenti o valori conflittuali o manifestano comportamenti contraddittori l’uno in competizione con l’altra per ottenere la complicità dei bambini.
  • Estrema severità in fatto di denaro, religione, lavoro, uso del tempo, manifestazioni di affetto, sesso, politica ecc.. Una qualsiasi di queste ossessioni può precludere i contatti e l’intimità, perché non si dà importanza ai rapporti, ma all’obbedienza alle regole.
Le famiglie disturbate possono avere problemi diversi, ma tutte hanno in comune un effetto sui figli: sono tutti bambini in qualche modo sminuiti nella loro capacità di comprendere i sentimenti propri e altrui e di mettersi in relazione con gli altri.

domenica 6 febbraio 2011

La crisi di coppia


A volte, tra partner, si pensa alla propria coppia come ad una casa: una volta costruita durerà per sempre.

La coppia, invece, è più simile ad un essere vivente che ad un oggetto inanimato.
Essa cresce, cambia e si sviluppa, incontra e scambia affetto e informazioni, genera e produce altra vita.
Affinché i partner possano continuare a trovare soddisfazione e piacere nella vita di coppia c’è bisogno di un impegno costante che il più delle volte è piacevole e comunque portatore di ricchezze per entrambi.
In alcuni momenti, però, solo un intervento esterno può restituire la libertà ad una coppia imbrigliata dalle sue limitanti regole.
Una terapia di coppia interviene permettendo alle energie vitali della coppia di rifluire liberamente verso la soddisfazione e la crescita.

    Intervenire con la terapia sulla coppia nei momenti di crisi che ciclicamente la attraversano non significa unicamente superare le difficoltà, quanto piuttosto imparare un modo di nutrire il legame affettivo, per poter vivere la relazione di coppia in modo più costruttivo e soddisfacente.
Il primo obiettivo della terapia su una relazione in crisi è quello di accrescere la consapevolezza delle modalità relazionali, comunicative e di contatto presenti nella relazione di coppia ed individuare gli specifici aspetti che contribuiscono a generare ed alimentare la crisi.
Il terapeuta sostiene quindi la coppia durante la terapia con alcuni colloqui congiunti e, a volte, alcuni colloqui individuali, durante i quali è possibile chiarire gli elementi della storia individuale dei partner che influenzano la coppia e determinano la crisi.

    In tutte le coppie in crisi, scatta un meccanismo psicologico particolare: ciascuno considera il partner il principale responsabile della situazione di tensione che si è venuta a creare. In altre parole, ciascuno sente di essere dalla parte della ragione.
E' inutile dire che questo modo di vedere le cose causa dei grossi problemi nella coppia: ciascun coniuge si arrocca sulle sue posizioni e cerca invece di fare delle pressioni perché il partner cambi.
Il solo risultato che si ottiene in questi casi è quello di far sentire il partner poco capito, poco apprezzato e poco amato.
Per migliorare il rapporto di coppia, occorre invece rendersi conto delle proprie responsabilità nell’aver contribuito ad instaurare una situazione insoddisfacente.

    La terapia di coppia è particolarmente consigliata per le coppie che si trovano in una situazione di stallo: non riescono più a stare bene insieme ma neppure a lasciarsi.
Diverse possono esse le forme di conflittualità che vengono espresse nell'ambito di una crisi di coppia: in alcuni casi, la coppia si attiva in una progressiva escalation di violenza verbale, psicologica e, nei casi più drammatici, anche fisica.
In altri casi, ci si protegge dalla crisi mettendo in atto un progressivo distanziamento, nella convinzione che questo possa permettere il protrarsi di una situazione di formale ed apparente buon funzionamento del rapporto, ma che, invece, ha come unica conseguenza una profonda incomunicabilità.
In questo secondo caso, uno o entrambi i partners si ritrovano a non essere più coinvolti emotivamente dall’altro senza capire come siano arrivati a questa situazione. 
 
 
Terapia individuale o terapia di coppia?


    Spesso i partners arrivano in terapia di coppia con una lunga lista di tutto quello che non funziona nell'altro.
E' come se la richiesta di terapia si fondasse sull'idea che modificando l'altro, il rapporto di coppia vedrà una rinascita più equilibrata e sintonica.
In realtà, il fatto stesso che entrambi partano da questo punto di vista, può inizialmente ostacolare un sano avvio del processo di terapia di coppia, portando, all'interno del percorso stesso, il ripetersi delle modalità che i partners già vivono tra le mura domestiche.
    La nuova possibilità rappresentata dalla terapia di coppia consente invece di assumere un punto di vista inusuale, ma, al tempo stesso costruttivo, e cioè "Cosa faccio io di sbagliato all'interno del mio rapporto di coppia?"
E' proprio la capacità di assumere questo punto di vista ad avviare un percorso di terapia di coppia efficace e produttivo.
    Purtroppo, non sempre le energie da mettere in gioco nel percorso terapeutico consentono ad entrambi i partners di muoversi all'unisono nella ricerca di questo nuovo equilibrio.
In questi casi, dopo un'attenta valutazione fatta insieme allo psicoterapeuta, si può decidere insieme di mettere in stand-by il percorso di coppia per concentrarsi maggiormente su una riattivazione delle risorse individuali, che verranno poi rese nuovamente disponibili per il processo della terapia di coppia.
   Non va inoltre dimenticata la possibilità di decidere per un percorso di terapia di coppia anche laddove il disagio sia soprattutto sperimentato solo da uno dei due partners.
La possibilità per chi soffre di sentire il sostegno e la vicinanza della persona amata, già di per sè rappresenta una fondamentale risorsa terapeutica.
Il partner, inoltre, partecipando alla terapia di coppia, potrà trovare uno spazio sicuro e protetto dove poter esprimere eventuali stati di fatica o di preoccupazione, senza temere di ferire l'altro.

Perché una terapia di coppia?


    La difficoltà di comunicare, la distanza emotiva tra i partner, il fatto, a volte dopo tanto tempo, di non riconoscersi più e di ritrovarsi come due estranei, o il non riuscire più a trovare, in un problema specifico, un accordo emotivamente soddisfacente ed iniziare un litigio interminabile quanto inutile, possono indicare la necessità di intervenire con una terapia di coppia.
Spesso, prima di arrivare a chiedere aiuto, entrambi i coniugi hanno già provato a risolvere le proprie problematiche rivolgendosi ad amici, parenti, alle istituzioni religiose o a forme diverse di compensazione del disagio.
Lo stesso tradimento, purtroppo, si configura spesso come una “forma altra” di richiesta d’aiuto.
In realtà, ognuno di questi movimenti tende generalmente a sancire tra i partner un percorso di separazione, emotiva e psicologica, al termine del quale ci si trova sfiancati e confusi rispetto a quelle che possono ancora essere le risorse cui attingere per recuperare il rapporto.

    La terapia di coppia può essere indicata anche quando uno dei membri presenta una patologia che troverebbe giovamento, e una soluzione più rapida, se questi potesse ricevere un aiuto consapevole dal partner. Nella depressione, nei problemi di legati all’ansia, nelle dipendenze, nei disturbi alimentari nell’adulto e persino nelle crisi psicotiche degli adulti, è stato scientificamente dimostrata la maggiore efficacia di una terapia di coppia rispetto a qualunque tipo di intervento solo individuale o farmacologico.
La vicinanza del partner, quando dobbiamo affrontare le nostre difficoltà e le nostre paure, ci incoraggia e sostiene. Inoltre la terapia sostiene anche il partner e gli permette di usare in modo più utile le sue conoscenze e possibilità.

    Va poi detto che, spesso, si tende a considerare la terapia come uno strumento che – quasi magicamente - risolve i problemi all’interno della coppia e permette una riappacificazione, e che a fare tutto questo sia il terapeuta.
Questa errata credenza, non solo investe il professionista di una grossa responsabilità, ma soprattutto declassa coloro che la richiedono a una forte passività.
Come nella relazione tra i partner, anche nella relazione terapeutica il lavoro di introspezione dovrebbe essere svolto da entrambe le parti, assumendosi ognuno la propria parte di responsabilità; non è un percorso semplice, ma se alla base è presente questo presupposto, assieme ad una forte motivazione, il cambiamento è già avviato.
Chi avesse il bisogno o la curiosità di esplorare quanto detto, deve sapere che dovrà imparare ad analizzare il rapporto con le proprie famiglie d’origine, capire che funzione ha il sintomo del malessere all’interno della relazione, il perché si è attivato in un momento particolare della vita di coppia e quali sono le dinamiche che incastrano entrambi senza permetterne lo sblocco e l’evoluzione.
Imparare a riconoscere e a sciogliere questi nodi permetterà la sperimentazione di nuovi comportamenti e attiverà delle risorse nuove o già presenti, ma male utilizzate.
 

Cosa affronta la Terapia di Coppia


    La Terapia di Coppia può essere richiesta per aspetti diversi e complessi.
In queste pagine potrai trovare risposte ai principali tipi di disagio all'interno della coppia, quali
- Tradimento
- Separazione
- Sessualità
- Difficoltà Procreative
I link ti permetteranno di approfondire le diverse sfaccettature che la terapia di coppia assume in relazione ai problemi specifici
    Le problematiche che si possono affrontare con la terapia sono svariate, possono essere sia del singolo come depressioni, attacchi di panico, fobie o disturbi alimentari, sia di entrambi come difficoltà sessuali, incapacità di comunicare, problematiche legate al concepimento dei figli, o alla loro gestione, e difficoltà rispetto alla separazione.

Non si deve aver paura di chiedere aiuto, nel farlo si può scoprire che quello che sembrava un problema molto complesso e senza via d’uscita, può avere delle molteplici soluzioni.